L'ETA' ROMANA

Dalla costituzione dell'Impero di Augusto, dopo la battaglia di Azio (31 a.C.), fino a Giustiniano (529 d.C.) trascorsero cinque secoli e mezzo, più di quanti ne intercorsero tra le guerre persiane ed Augusto. Pertanto l'età  che si suole chiamare romana occupò da sola un periodo più esteso di quello occupato dall'età  attica e quella alessandrina messe insieme. La letteratura greca entrò allora in una fase di decadenza, che la soggezione politica a Roma contribuì ad accelerare, ma che, in ogni modo, era già  in atto da qualche tempo.

La cultura greca appare esaurita proprio perché fu incapace di reagire, con nuove creazioni, alle forze che premevano su di essa dall'esterno: da una parte la forza di Roma, già  sensibile nell'età  precedente, e dall'altra la forza nuova del Cristianesimo. I contributi più notevoli che i Greci diedero alla letteratura derivarono dalla loro partecipazione a quelle forze più che dalle tradizioni originali della loro nazione. I letterati greci furono coscienti della loro debolezza e cercarono di opporsi all'invadenza straniera ritornando con orgo­gliosa, ma pedantesca determinazione, alle fonti nazionali più pure, cioè ai modelli dell'età  attica. Sforzo vano che rimase sterile perché l'atticismo fu una scuola letteraria senza buoni motivi ideali e si perse in questioni formali di purismo linguistico e in una fredda imitazione degli antichi.

A partire dal I secolo a.C., l'impero romano ebbe in sostanza una sola letteratura in due lingue: la greca e la latina.

Roma, nei primi tre secoli, divenne il centro principale anche della cultura greca, prendendo il posto che era stato prima di Atene e poi di Alessandria.

Quando nel II secolo d.C. la letteratura romana cominciò ad impoverirsi pure essa e a decadere, in entrambe le lingue si trattarono gli stessi argomenti e si manifestarono le stesse tendenze e si fecero frequenti anche gli scambi tra l'una e l'altra lingua: mentre alcuni romani scrissero in greco (ad esempio Marco Aurelio, Giuliano l'apostata ed il retore Claudio Eliano), alcuni oriundi di paesi ellenizzati scrissero in latino (lo storico Ammiano Marcellino di Antiochia e il poeta Claudiano di Alessandria). Greca infine fu la lingua in cui il Cristianesimo si diffuse fuori dalla Palestina e sparse il vangelo fra le genti.

Dopo il II secolo la letteratura greco-cristiana si fece ricchissima di scrittori e di opere finché soppiantò del tutto quella di ispirazione esclusivamente classica ormai chiamata letteratura pagana.

Si possono distinguere nel complesso dell'età  imperiale due periodi. Il primo occupa i primi tre secoli fino a Diocleziano: in esso predominò ancora la cultura antica, per quanto impoverita ed isterilita, rivolta al passato e non all'avvenire. Mentre tutto intorno ribollivano i fermenti di un mondo nuovo, i letterati greci, isolati nella nostalgia dell'antica grandezza si diedero ad un impossibile tentativo di farla rivivere con lo studio e l'imitazione; tuttavia ci furono ancora alcuni grandi scrittori, specialmente nel campo della filosofia (Plotino) e della Storia (Plutarco). Da Costantino in poi, per quanto riguarda la letteratura, si entra ormai nel Medio Evo. Allora il tono della cultura fu dato dal Cristianesimo e dalla letteratura ecclesiastica. La chiusura della scuola neoplatonica ordinata da Giustiniano nel 529 suggellò uno stato di fatto esistente da tempo.

La produzione letteraria fu copiosissima e ci è stata conservata in misura di gran lunga maggiore che non la produzione classica ed ellenistica, proprio perché essa era già  in gran parte nel gusto del medio Evo ed a questo fornì le opere preferite: i sommari, i florilegi, i lessici, i repertori, i manuali divulgativi. Tra produzione pagana e cristiana sono centinaia e centinaia di pagine il cui valore artistico e scientifico, fatte alcune eccezioni, ci appare oggi insignificante e che quasi nessuno più legge all'infuori degli specialisti. Come già  nell'ultimo periodo dell'Età  Ellenistica, ma in proporzioni ancora più accentuate, la prosa prevalse sulla poesia e nella prosa prevalsero le opere di imitazione e di erudizione ed imperò la retorica; questa, già  in età  ellenistica intesa come arte del ben parlare e scrivere, divenne adesso sempre più il fondamento della cultura stessa, subordinando a se tutte le altre discipline. L'originaria tendenza greca all'astrazione sopravvisse nella mania delle discussioni teoriche e delle sottigliezze concettuali, per lo più svuotati di contenuto oggettivo, ridotte ad esercitazioni di retori e a contese sofistiche tra scuola e scuola.

Si ha l'impressione che i dotti vivessero in una loro sfera particolare, separati dalla vita comune ed ignari delle profonde trasformazioni che avvenivano nel mondo. Solo di rado e casualmente avviene di trovare nella letteratura di questi secoli qualche spiraglio aperto sulla vita reale.